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Black butterfly, quando di nero resta soltanto l’umore

Black Butterfly, la farfalla nera. Con un titolo del genere ci si aspetta di tutto fuorché la noia più totale. Invece è proprio questo ciò che è bene attendersi una volta pagato il biglietto al cinema. A voler essere sinceri, la scelta migliore sarebbe quella di non vedere affatto questo film, optando per un altro titolo in sala o al massimo per un aperitivo. Se, però, la curiosità è implacabile, se il vostro fidanzato o la vostra fidanzata vi ossessiona a tal punto da obbligarvi alla visione, il mio consiglio è quello di continuare leggere per non farvi cogliere alla sprovvista.

Il protagonista è Paul (Antonio Banderas), uno sceneggiatore con il blocco dello scrittore che non riesce a scrivere niente di buono da quando sua moglie l’ha lasciato. Vive in una casa di montagna, solo, l’unica compagnia è quella offertagli dalle bottiglie di alcolici che inondano la sua baita. Un giorno, mentre raggiunge la sua agente immobiliare (Piper Perabo) per un appuntamento in una tavola calda, taglia la strada ad un camionista che lo insegue e tenta di litigare con lui. A salvare Paul da quella che di lì a breve sarebbe diventata una rissa è Jack (Jonathan Rhys Meyers), un uomo taciturno e pragmatico che allontana il camionista e va via. Risoluto a ripagarlo dell’aiuto, Paul gli offre ospitalità per qualche giorno. Tra i due c’è una buona intesa e l’interesse ad aiutarsi è reciproco. Jack vuole a tutti i costi risollevare le sorti letterarie di Paul e lo convince a scrivere la loro storia. Più passa il tempo e più la scrittura diventa importante, tanto da far sentire lo sceneggiatore un prigioniero in casa propria. Ma allora chi è Jack? E perché ha quegli strani oggetti nello zaino?

Diretto dall’attore e regista Brian Goodman, il thriller uscito nelle sale italiane il 13 luglio 2017 è 10° in classifica al Box Office. Si tratta di un adattamento cinematografico del film tv francese Pavillon Noir, diretto nel 2008 dal regista Christian Faure. La sceneggiatura, scritta a quattro mani da Justin Stanley e Marc Frydman, deve fare i conti con il testo originale, scritto da Hervé Korian. Accusare del fallimento filmico unicamente i due scrittori cinematografici sarebbe, dunque, sbagliato. Il grande errore di Black butterfly è, infatti, il plot. La trama descritta qua sopra è fuorviante perché sembra suggerire una storia avvincente che invece non esiste. Tutto ruota attorno a due personaggi caratterizzati banalmente, obbligati a masticare frasi già sentite mille volte, immobili sul piano narrativo. Paul e Jack dialogano continuamente, ma senza dire nulla. Chi abbiamo di fronte? Lo spettatore non riesce a rispondere. Succederà qualcosa di totalmente inatteso? No. E allora perchè parlare di thriller se non c’è nulla da capire? Persino due attori affermati come Banderas e Rhys Meyers non convincono e danno l’impressione di brancolare nel buio. Il primo è lontanissimo dall’immagine di scrittore: poco credibile l’utilizzo della macchina da scrivere, poco credibile battere le lettere con un solo dito, poco credibile persino nei panni alcolizzato. Ed inespressivo. Sì, perché Antonio Banderas sembra essere altrove. Migliore l’interpretazione di Jonathan Rhys Meyers, ma vittima di un contesto sterile povero persino di colpi di scena che, laddove presenti, si fiutano lontano un miglio.
Ricapitolando: considerato che un thriller povero di colpi di scena è come un horror che non fa paura, lascio ai posteri l’ardua sentenza. Io, la mia, l’ho già pronunciata.

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