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Padre padrone, quarant’anni fa il film dei fratelli Taviani

Facciamo un passo indietro, magari anche due. Per un attimo lasciamo scorrere le pagine dei calendari, muoviamo a ritroso le lancette dell’orologio. Dimentichiamo il 2000, gli Anni ’90 e pure gli ’80. Torniamo al 1977. Ecco, ci siamo. Voliamo in Francia, in Costa Azzurra, precisamente a Cannes, dove a due registi italiani vengono assegnati la Palma d’Oro e il Premio FIPRESCI per un lungometraggio dalla sorte insperata.I loro nomi sono Paolo e Vittorio Taviani, il film in questione è “Padre padrone”. Se oggi siamo qui a ricordare un avvenimento come questo, è perché sono trascorsi quarant’anni da quel momento. Quarant’anni in cui i due fratelli registi hanno continuato a produrre lavori di successo (“La notte di San Lorenzo”, “Kaos”“Good morning Babilonia”, etc…), mentre un certo Gavino Ledda è stato pressoché dimenticato. Per chi non lo sapesse -è lecito per i sardi giovanissimi, illecito per tutti gli altri-, Gavino Ledda è colui che, per l’appunto, ha scritto il romanzo autobiografico “Padre padrone” dal quale è stato tratto il film omonimo dei fratelli Taviani.

Nell’opera letteraria lo scrittore ripercorre la sua vita, a partire dai sei anni fino al raggiungimento dell’età adulta raccontando una Sardegna degli Anni Quaranta tanto conosciuta dagli isolani, quanto ignota al resto del mondo.

Il film, parimenti, cerca di restituire la storia narrata dall’autore del romanzo, ma con le dovute differenze. Sia perché film e romanzo sono due opere artistiche scisse e indipendenti l’una dall’altra, sia perché i fratelli Taviani -qui, come altrove, nella duplice veste di registi e sceneggiatori- si preoccupano di prestare più attenzione a tematiche a loro care, come la dicotomia individuo-collettività o storia-natura.

Gavino, nel film, è un bambino di Siligo. Ha sei anni, frequenta la prima elementare e viene obbligato da suo padre ad abbandonare gli studi per aiutarlo nella dura vita campestre. Inizia, così, la sua sopravvivenza, tra paure infantili e fobia della figura paterna. Passano gli anni, Gavino cresce e parte per il “continente”, scoprendo per la prima volta il significato della parola libertà. Quando rientra in paese, sconfitto finalmente l’analfabetismo ed ottenuta la licenza liceale, riesce ad opporsi al suo temutissimo padre-padrone e a conquistare la sua indipendenza psico-fisica.

Al di là della trama filmica, ciò che emerge è l’analisi del non-detto, dell’interiorità, nonché della chiusura (parziale in un caso, totale nell’altro) verso ciò che non si conosce che accomuna Gavino a suo padre. I due, benché ricoprano rispettivamente i ruoli di protagonista e antagonista, sebbene siano agli antipodi per forma mentis ed interessi, sono entrambi determinati ad imporre il proprio volere. Le loro sono personalità forti, pervicaci come poche. Tanto per l’uno, quanto per l’altro è fondamentale affermarsi. Il padre ci riuscirà con la forza, il figlio con la ragione. Ed è proprio questa la differenza abissale, la lotta umana che si innalza a lotta ancestrale tra intelletto e potenza bruta.

La storia di Gavino parte dal soggettivo per abbracciare l’oggettivo, si propone come dramma del singolo per rivelarsi paturnia della collettività. E nell’istante un cui la macchina da presa si sposta sulle facce dei coetanei ventenni del protagonista (si veda la sequenza della processione) ciò si rivela palesemente. Gavino, infatti, è solo uno tra i tanti incompresi che vogliono emigrare in cerca di fortuna, in cerca di se stessi. Si tratta di un Odisseo destinato, nonostante tutto, alla sua Itaca. Poco importa se il viaggio lo spingerà lontano dalla sua casa, dalle sue querce e dalle sue pecore; poco importa se farà delle nuove amicizie, se otterrà la licenza liceale e poi la laurea o se diventerà qualcuno. Ciò che conta è che il suo destino è segnato. Un’isola si trascura, ma non si dimentica. Di un’isola non ti liberi neppure con l’acqua santa. Te la porti dentro per tutta la vita. Gavino Ledda lo sa e, forse, l’ha capito prima degli altri. Per questo oggi, alla soglia degli ottant’anni, si batte per non perdere la casa nella quale è nato e cresciuto, quella stessa casa che è stata il suo porto di partenza e di ritorno dopo le avventure del mare.

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