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“Tredici”: Hannah Baker e le sue (inutili) ragioni per morire

Siamo nel liceo di un sobborgo americano. Hannah Baker (Katherine Langford), una studentessa del terzo anno, si è suicidata. Nessun biglietto. Prima di togliersi la vita, tuttavia, ha pensato di chiarire le ragioni del suo gesto incidendo sette cassette audio su entrambi i lati, eccetto l’ultimo. Tredici sono, dunque, le motivazioni che Hannah registra ed altrettante sono le persone impelagate nella sua morte alle quali viene dedicato un lato dei nastri. A conservare la scatola contenente l’intera collezione è Tony (Christian Navarro), uno studente amico della protagonista, che dovrà preoccuparsi di fare ascoltare le cassette ad ognuno dei ragazzi nominati da Hannah. I nastri dovranno girare tra i malcapitati non appena ognuno di loro terminerà di sentirli e verrà a conoscenza della propria colpa. A cercare di rendere giustizia alla protagonista sarà Clay Jensen (Dylan Minnette), un amico di Hannah inspiegabilmente presente nell’infausto elenco.

(***SPOILER***)

Nella serie TV Tredici (il cui titolo originale è TH1RTEEN R3ASONS WHY) le tematiche affrontate sono numerose ed impegnative. Si parla di bullismo, di violenza sessuale, di suicidio, di omosessualità e di alcol. Tuttavia soltanto due di queste linee narrative vengono approfondite, scandagliate con picchi che sfiorano l’iper-realismo: la morte e lo stupro. Nel primo caso, escludendo una scena in cui Clay immagina Hannah riversa a terra priva di vita al centro del campo di basket della scuola, lo spettatore ha modo di assistere al suicidio nell’ultima puntata della prima stagione. Qui vengono mostrate nei minimi dettagli la preparazione e la riuscita della morte della studentessa, avvenute in casa sua.
Parimenti, anche nel secondo caso la macchina da presa mostra quanto basta per immedesimarsi, per sentire visceralmente il dolore inerme della violenza ricevuta.
Il bullismo, invece, diviene lo spettro costante che perseguita ogni puntata. È ingigantito e reso con una superficialità sconcertante per cui persino una battuta innocua o un sorriso assumono valori esorbitanti e potenzialmente mortali. Così, le motivazioni che Hannah adduce lasciano talvolta basito lo spettatore che, dopo aver visto più puntate, si domanda chi, fra i tredici accusati, sia realmente colpevole del destino della ragazza. L’impressione è quella di un j’accuse costante ed ingiusto che conduce tutti al patibolo, indistintamente. Hannah incolpa chi l’ha eletta “miglior sedere della scuola”, così come punta il dito contro chi l’ha violentata. Senza distinzioni di sorta, come se il suo suicidio fosse una livella pronta ad abbassare tutti al grado di cattivi. Per chi -come la sottoscritta- non rientra più nella fase adolescenziale e può gettare uno sguardo al passato, sembrerà quasi di essere una sopravvissuta, un’eroina che è riuscita ad autotraghettarsi sulla sponda felice dell’età adulta, seppur con tutte le ripercussioni del caso. Se con il termine “bullo” si intende l’intera umanità che può avere fatto una battuta un tantino infelice o un apprezzamento esplicito, chi non è stato vittima di bullismo? Il bullismo è altro, è una piaga che spazza via e annienta i più deboli; è una tarma che corrode l’anima. È quello che conduce ad un malessere vero, insopportabile, che nella prima stagione di Tredici compare, ma non è costante come Hannah fa credere in primis a se stessa. Colpevolizzare in maniera così plateale, peraltro, implica una considerazione di sé piuttosto elevata ed una forza d’animo eccessiva persino per chi non ha più niente da perdere. Tutto ciò stona terribilmente con il personaggio di Hannah che, da sempre, di fronte alle ingiustizie si pietrifica. Lei stessa, inoltre, pretende un trattamento di favore quando è la prima a non fare sconti, reagendo spesso con modi eccessivi e, talvolta, ingiusti (basti pensare a Zack o Clay).

Serie TV inspiegabilmente ben accolta da pubblico e critica, è stata al centro di polemiche scottanti. La semplicità con cui viene trattato il tema del suicidio, infatti, ha fatto sì che la serie fosse spesso vietata ai minori di 18 anni e, in una scuola di Edmonton (Canada), sono state addirittura vietate le discussioni a riguardo. In un periodo storico in cui il suicidio adolescenziale raggiunge picchi mai visti prima, Tredici potrebbe essere, infatti, facilmente travisato ed emulato dai teenagers americani, ma non solo (Leggi qui).

Tuttavia, il successo è stato notevole. Per questo, a distanza di 5 mesi dalla pubblicazione su Netflix della prima stagione, la produttrice Selena Gomez e l’ideatore Brian Yorkey hanno annunciato poche ore fa il continuum della serie. La seconda stagione è prevista per il 2018, ma non promette nulla di buono.

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