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“Una doppia verità”: se tutti mentono chi dice il vero?

“Una doppia verità” è un film dal titolo fuorviante, è bene chiarirlo subito. Fuorviante perché si allontana, in quella che è la traduzione italiana, dal titolo originale: il più logico “The Whole Truth” (ovvero “L’altra verità”). Questa postilla, che potrebbe sembrare fine a se stessa, è in realtà fondamentale per evitare allo spettatore attento uno sforzo costante in una direzione sbagliata. Non esiste alcun doppio binario da seguire. Che il pubblico si plachi, dunque, e si concentri sulla narrazione.

La storia si rivela, infatti, fin da subito piuttosto interessante. Si tratta di un legal thriller e, pertanto, tutto avviene all’interno di un tribunale della Lousiana, tra testimoni più o meno credibili e avvocati disposti a tutto pur di salvare i loro clienti. Protagonisti della vicenda sono Mike Lassiter (Gabriel Basso), un quasi diciassettenne accusato di parricidio (la vittima è, infatti, suo padre Boose Lassiter, al secolo Jim Belushi), e Richard Ramsay (Keanu Reeaves), il suo avvocato difensore nonché amico di famiglia. Ogni teste dipinge un quadro della situazione a dir poco sfavorevole per il giovane imputato che, in tutta risposta, tace persino con il suo legale. L’avvocato Ramsay brancola nel buio e, sebbene assuma per il caso la giovane avvocatessa Janelle (Gugu Mbatha-Raw), nulla sembra cambiare. A giungere in soccorso dello spettatore sagace una serie ben strutturata di flashback dei vari personaggi, flashback veri, ma spesso anche contraddittori perché, come dice Ramsay, «tutti i testimoni mentono». E così per tutta la durata del film ci si chiede chi abbia mentito durante l’intero processo e chi, invece, abbia detto la verità. Tutto ruota attorno al concetto di verità che, non a caso, è il soggetto del titolo filmico. Sì perché ciò che conta non è tanto individuare il colpevole, quanto carpire il vero. Chi mente? Questo l’interrogativo costante che come un tarlo logora la mente di chi guarda.

I tempi lenti e il ritmo narrativo rilassato, ma pur sempre incalzante, pongono lo spettatore di fronte ad una tensione ambigua, quasi inconscia che lo porta a non percepire il tempo che passa. La durata filmica non è eccessiva -si tratta di 93 minuti-, ma la maggior parte delle scene è girata all’interno dell’aula di tribunale e questo avrebbe potuto stancare. Tuttavia ciò non accade ed è imputabile al fatto che a recitare siano attori come Keanu Reeaves, Renée Zellweger (nel difficile ruolo di moglie) e Jim Belushi. Tutti e tre, pur vestendo panni molti diversi tra loro, riescono a restituire il senso di mistero e di equivoco inenarrabile a parole. La gestualità, le reazioni, diventano elementi fondamentali tanto per la resa dei personaggi quanto per la riuscita sceneggiaturale e registica. A cimentarsi nella creazione del prodotto la neoregista Courtney Hunt, che aveva già dato prova del proprio talento guadagnando una candidatura all’Oscar per la sceneggiatura del primo film da lei scritto e diretto, il tanto celebrato “Frozen River – Fiume di ghiaccio”.

In questo caso, a otto anni di distanza dal primo lavoro, la Hunt si dedica unicamente alla regia, lasciando la stesura della sceneggiatura a Nicholas Kazan che, come lei, di candidature alla statuetta se ne intende.

Un film destabilizzante e ricco di colpi di scena riusciti, capace di catturare l’attenzione e di mantenerla viva per merito di un ritmo al quale, purtroppo, non siamo abituati.

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